
Tra la decina di stand presenti, solo tre spiccavano per originalità: esponevano principalmente creazioni di giovani designer emergenti, molti dei quali lavorano con materiali riciclati e riutilizzati. Tra questi, abbiamo scoperto anche un designer davvero interessante.







Il nome Beta Gallery nasce da “beta” come nelle versioni sperimentali dei software: ogni creazione è un work-in-progress che diventa pezzo finale. E “gallery” perché ogni capo è unico, come un’opera d’arte esposta. Il riciclo e il riuso sono alla base del suo lavoro, che lui definisce urban chic — e non possiamo che essere d’accordo.



Dai pupazzi surreali e ai cappellini-patch di Giulia, passando per gli occhiali scolpiti nella resina di Kajal — brillanti, materici, quasi alieni — fino agli abiti rigenerati di Davide, che sembrano usciti da un laboratorio post-industriale, e ai cappelli tessuto-su-tessuto di Sofia, raccolti come reliquie da ogni angolo del mondo: ecco le altre creazioni che abbiamo notato sui loro banchetti.
















Foto di: Marco Colombo
Articolo di: Marco Colombo e Missy Meatsleep